True Commitment

Mercoledì ho avuto il piacere di partecipare in veste di moderatore all’episodio 0 di True Commitment, un’intervista registrata live a Davide Grazielli e Francesco Paco Gentilucci dove abbiamo discusso (hanno discusso, io ero solo presente in veste di moderatore) degli errori più clamorosi che hanno commesso in gara.

Il link del blog è questo: https://ducoaching.com/2020/03/26/true-commitment-ep-0/ e da lì potete vedervi la registrazione live su youtube.

Voci dicono che possa non essere il primo e ultimo episodio.
Restate in zona.


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Follow Up – Tommaso Bassa a Rio del Lago

Buckled: Cosa ha funzionato in gara e cosa no?
Tommaso: Cercherò di non essere prolisso.
Cosa ha funzionato: il cruise control.
Mi rendo conto a qualche giorno di distanza di aver gestito un auto-pacing notevole. Ero così contento di sentirmi fluido e tranquillo per le prime 9-10 ore che non ho mai pensato di poter rallentare.
La gamba c’era tutta.
Aggiungo la nutrizione: che è andata quasi completamente come previsto dall’inizio alla fine seguendo lo ‘schema’ : ho assunto hydrogel alle maltodestine ogni mezz’ora buttando dentro ogni tanto un gel agli amminoacidi (più amminoacidi in pastiglia dopo tot ore).
Nota bene: dopo già 12 ore avrei mangiato quesadillas, cookies e qualsiasi altra cosa a tiro, ma mi sono contenuto per prevenire danni e ‘accontentato’ di qualche pezzo di sandwich jelly&burro d’arachidi.
Cosa non ha funzionato: l’idratazione, ancora insufficiente.
La giornata ha visto temperature tra i 9 e i 27 gradi, niente di critico, ma quando inizi a desiderare di voler pisciare così tanto per avere prova che stai bevendo abbastanza, significa che sei già mezzo fregato. La diarrea per diverse ore a metà giornata ha fatto il resto. Enough said.
Ancora non so se bere 3 borracce di brodo in altrettante ore sia servito a qualcosa.

Tommaso Bassa - Rio del Lago

Buckled: È una gara che consiglieresti a chi si affaccia alla distanza?
Tommaso: Si, si, si.
È una vera ultramaratona per come si presenta e per come l’ho vissuta, per cui se un battezzando della distanza volesse testarsi su una gara di CORSA senza fasciarsi troppo la testa con altitudine, autosufficienza per tratti lunghi (massima distanza tra i ristori 15 km), problemi meteo importanti, questa è una bella scelta.
Bonus tip: in caso di crew disponibile, è facilissimo essere seguiti.
Tutte le Aid Station sono facilmente raggiungibili quindi niente eventuali rimorsi nel mandare la tua crew in cima a qualche montagna solo per darti una pacca sulla spalla e due gels.

Buckled: [ormai domanda classica] Sei stato negli States una settimane: qual è la tua top-3 delle cose che ti porti (metaforicamente) a casa? Possono essere luoghi, persone, cose, cibi, etc
Tommaso: Tough one!
Il tramonto a No Hands Bridge: l’ultima volta che ho visto il sole scomparire dietro Auburn (davanti a me) mentre mi lasciavo dietro il ponte assieme a Francesca. Lì mi sono convinto che avrei finito.
L’umanità delle persone: un tizio locale di Folsom vedendomi zoppicare in una laundry automatica il giorno dopo la gara ci ha regalato del detersivo perché “I’m an ultrarunner too, I get how you’re feeling today“.
Diane, conosciuta appena in qualche scambio di battute l’anno scorso a Sacramento, si è fatta un’intera giornata a supportarmi come crew e ad aiutare Francesca nel seguirmi con tutto il know-how di un’esperienziata ultra runner e ultra-crewer. ‘Precious’ oltre quel che si può immaginare, per entrambi.
E ancora abbiamo avuto due Hosts a Folsom che ci han trattato calorosamente contro qualsiasi aspettativa.
Cibo? BEH.
Pancakes nei diner al mattino. Che fossero buttermilk (burrosi) o buckwheat (di grano saraceno) ci hanno riempito, sempre, di profonda commozione.
Ci sarebbe anche quel waffle salato a mo’ di burger e bacon, ma sono già stato tacciato di ‘fighettata da hipster’ da uno con la Barba che la sa lunga (non sono io. NdAle).


Potete ascoltare il podcast con Tommaso che parla della preparazione a Rio del Lago qui:

Potete seguire Tommaso su Instagram e -solo per i più coraggiosi- su Strava.


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Follow up – Davide Grazielli all’UTLT

Buckled: quale è stato il momento della gara?
Davide: Il momento della gara è stato al miglio 35 circa: ero in botta. Cioè, ero in California, mi stavo arrampicando al Mt. Baldy, sotto a me il lago Tahoe, sopra il sole caldo. Gli hiker del sabato con la solita gentilezza americana scambiavano un saluto e due parole, e nel bosco fitto si vedeva solo il sentiero polveroso e verde tutto intorno. Mi stava scoppiando il cuore per l’altitudine, le gambe iniziavano ad accusare ed avevo davanti ancora un eternità. Eppure in quell’istante ho pensato chiaramente che non me ne fregava niente del ritmo che avrei dovuto tenere, di come avrei dovuto gestire l’out and back nei confronti del primo, di quanto stavo guadagnando o perdendo, di quanto sarei finito e forse anche se avessi finito la gara o no.
L’unica cosa di cui mi importava davvero era essere lì: era una vera “avventura”, andavo verso l’ignoto, la sera, la stanchezza ed era proprio la stessa sensazione che avevo anni fa alla mia prima cento. Mi ero liberato da tutto. Quello che è successo nelle 15 ore successive comprende gioia, disperazione, vomito, risate, amicizia, confidenze, quesadillas nella tasca dei pantaloncini, menare duro dopo ventitre ore di corsa, una stellata magnifica e la finish line più surreale ed intima di sempre. Maybe we no longer know who we’re supposed to be (Chamberlain).

Davide Grazielli - UTLT

Buckled: È la seconda 100 miglia in poco più di due mesi. È dura mantenere alto il livello di fitness e mentale tra le gare?
Davide: È dura cercare di infilare in ventiquattro ore della giornata tutto quello che ci devi far stare, aggiungerci la corsa e mantenere una parvenza di vita normale. Preparare una cento miglia non è mai un compito, è in primis un privilegio. Poi un grande piacere. Certo, a 45 anni imbroccare una 100k e due cento miglia in quattro mesi, chiuderle e rimanere sano non è scontato. Ma dovrebbe anche essere il mio lavoro, quindi dovrei avere gli strumenti per gestire tutto in maniera decorosa. Poi non è proprio così che vanno le cose nella realtà, ma facciamo finta che sia vero.
Nello specifico: conta conoscersi bene. Conta non voler fare i chilometri con la stessa intensità di un Tommaso Bassa, Alberto Ferretto, Francesco Rigodanza o inserite pure qualsiasi nome di giovane assatanato. Conta un po’ avere la testa di cazzo. Ma più di tutto conta divertirsi e la continuità: puoi essere anche uno dei tre qui sopra ma è la continuità che ti porta sempre in fondo.

Buckled: Ok correre, ma gli Stati Uniti (e nello specifico la West Coast) sono molto di più. Dacci la tua top-3 degli *assolutamente*. Possono essere parchi, cibi, quello che ti pare.
Davide: Questo è un colpo basso e lo sai. Abbiamo fatto 5.000 chilometri, attraversato quattro stati ed incontrato miliardi di persone, come faccio a chiudere tutto in tre singoli punti? Proviamo.
Cibo e bevande: il caffé dei motel è peggio anche del mio ma la quantità compensa la qualità. Le tostaditas sono molto meglio delle classiche tortillas. Il Breakfast Burrito è una delle più grandi invenzioni culinarie al mondo. Ma il gusto che mi porto a casa è il mango candito al chili. Il mango candito al chili è il futuro.
Posti: ogni volta che entri in un canyon, la discesa verso l’ignoto è uno dei momenti più emozionanti che possano capitare ad un runner, non invecchia mai come sensazione. Fuori dalle città grosse c’è pochissima luce, anche nella civiltà: ed è bellissimo così perché si può guardare il cielo. Flagstaff è un mix mortale tra vecchi bikers, studenti, hipsters, turisti sulla Route 66, atleti di alto livello, wannabees ed i Cocaina Cowboys che si accampano sulla piazza principale: sembra orribile, ma funziona, è un posto carino. Moab mi è sembrata simile con in più gli hippy, gli OHV e Krupicka in giro per strada, ma non è bella uguale, anzi. Però alla brewewry c’era l’offerta speciale 4 pack a $ 2,99 della Amber Ale locale.
Persone: tutte. Indistintamente. Gli americani avranno tanti difetti, ma sono spaventosamente gentili, e a me tanto basta per farmeli andare a genio.
Però è sempre incredibile come ad una stupida gara di corsa si conoscano persone che lasciano davvero un segno sulla tua vita. Vale per Carey che mi lascia un messaggio “tra due ore da Paulo” e ti fermi una notte ad Auburn solo per raccontarti come va avanti la tua vita. O Curt che finito i suoi doveri al ballo scolastico sale in macchina e viene a Northstar solo per vederti arrivare e fare due parole. Vale per JoAnn ed Andy che a metà gara ti passano al telefono Marisa che ti dice che la prossima volta dobbiamo andare da lei a mangiare i gnocchi. O Mat e sua moglie che sono stati a Genova a mangiare da Maria la Zozza. E poi ti ritrovi a passare 13 ore correndo con un perfetto estraneo: quando arrivi vi siete raccontati così tante cose che potrebbe ricattarti per tutta la vita, e in un modo o nell’altro lo sai che lo rivedrai prima o poi.

Davide Grazielli - UTLT


Potete ascoltare il podcast di Davide su Lakeland 100 qui:

Davide Grazielli eredita la malattia della corsa in famiglia, ma cerca di sfuggirne dedicandosi a qualsiasi altro sport finché non viene risucchiato nel vortice. Sono i tempi eroici delle prime ultra italiane, e il nostro si affida a qualsiasi consiglio reperito su forum, riviste, cenacoli letterari ed incontri clandestini di tresette. Poi capisce che un approccio scientifico forse potrebbe dare qualche risultato e ritorna sui libri dopo i tempi (altrettanto eroici) dell’Università. Inguaribile parlatore, state attenti a porgergli una qualsiasi domanda, specie riguardante la corsa.

Davide è coach FIDAL, fondatore di DU Coaching e Temple of Miles, collabora con Spirito Trail e nel caso non vi bastasse potete anche trovare altre parole sul suo blog.


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